• Cristian Vassallo

Commemorazione 25/05/2022 "A trent’anni dalla strage di Capaci"



Buon giorno a tutti, mi presento:

mi chiamo Cristian Vassallo e frequento la classe IV B del Liceo Classico di questo Istituto.

Mi associo ai saluti fatti in precedenza e al messaggio di benvenuto rivolto alle autorità, che oggi ci onorano della Loro presenza, e pronunciato dal Nostro Dirigente Scolastico che ringrazio dal profondo del cuore, insieme alle docenti referenti dell’ambito Legalità (la prof.ssa Antonella Marino e la prof.ssa Gabriella Ruggirello), per aver coinvolto attivamente la vera anima e centro pulsante di una famiglia scolastica, cioè i ragazzi e, in maniera particolare, me.

Nella mia relazione, o meglio, serie di riflessioni avrei il piacere di iniziare assumendo - o forse sarebbe più opportuno dire “mantenendo” - le vesti e il discernimento di un qualunque discente mio coetaneo che, tuttavia, si limita ad essere un adolescente di certo non passivo o uno spettatore assente, ma con uno sguardo attento e vigile sullo spaccato storico e antropologico che gli eventi della cosiddetta “prima repubblica” hanno lasciato ai posteri di allora, cioè a Noi giovani d’oggi che ancora proviamo a non rendere vano il ricordo di veri professionisti dell’attività investigativa e di contrasto alla illegalità della storia italiana; e si badi bene al fatto che non è ragionevole avere, ai giorni nostri, la convinzione che si possa operare una dicotomia logica fra mafia come organizzazione illecita e mentalità mafiosa come elementare modo d’essere.

Ho ritenuto cosa opportuna prendere dapprima in considerazione e trarre il destro, per orientarmi nel mio intervento, da una frase di Tommaso Buscetta che, personalmente, ritengo essere stato di maggiore utilità in confronto a veri e propri protagonisti della politica dell’epoca stragista nella ricerca circonlocutoria della verità, mai arrivata.

La frase, tratta da un colloquio con il Dott. Falcone su camorra e ‘ndrangheta, è la seguente:

«[…] Quanto alla ‘ndrangheta, ma è sicuro, signor giudice, che esista veramente?». Considerando i raggruppamenti criminali calabresi come composti da individui accomunati soltanto da una radicata e diffusa etica antagonista allo Stato, in realtà le associazioni ‘ndranghetiste costituiscono un serio rischio per la sicurezza democratica e per la civiltà del Nostro Paese, oggi più che mai. Esse incarnano il potere assoluto auspicato e raggiunto da quella che ormai rappresenta la principale e più ramificata realtà criminale organizzata, che si destreggia con facilità nello scacchiere internazionale attraverso una convergenza di interessi politici e militari, ben disposti a favorire la stipulazione di alleanze extra-continentali con i principali diffusori di morte in tutto il mondo di Colombia, Bolivia e Perù. Vi sarete chiesti in tutto ciò quale sia il legame con la giornata di oggi. Ebbene, pochi giorni fa ai più non sarà sfuggito di apprendere la bocciatura come Procuratore Nazionale Antimafia del Dott. Gratteri, già Procuratore della Repubblica presso il Distretto di Catanzaro, e oggetto della programmazione di un attentato in stato avanzato, secondo un’informativa dei Servizi esteri e del COPASIR (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica). Non possiamo che tirare un ghigno malevolo e quasi ironico dinanzi alla scelta dei sedici componenti del CSM che hanno contribuito a gettare in un angolo di terribile isolamento il Procuratore Gratteri, già bersaglio mediatico di una stampa poco onorabile, bensì assillante e intenzionata a screditarne o minimizzarne l’operato, come già successo per Falcone. Ed è altresì poco confortante notare che chi, spesso troppo indaffarato a ricordare i morti e a deporre corone di fiori con nastri tricolore, dimentica di tutelare i vivi, senza alcuna reticenza. Riconosciamo che il destino di due grandi uomini, uno del passato l’altro del presente, è proprio il medesimo. Traguardi professionali che vengono smentiti dalla ordinaria delegittimazione da parte di ambienti ostili alla vera assicurazione della giustizia o che lucrano, anche intellettualmente, sulla trasmissione di un’immagine distorta di un magistrato ficcanaso, scomodo per un accomodante silenzio, accusato di vis attractiva e vittima di microsismi ampliatisi con il tempo a causa di un’insoddisfazione generale al prestigio altrui. Dal canto suo cosa fa, invece, la Nostra società? Come agisce un Paese come il Nostro che ha lavorato pedissequamente da 30 anni a questa parte al fine di celare scottanti verità in merito alle responsabilità istituzionali dietro alla morte di Paolo Borsellino, e in cui chi ha aperto trattative con Cosa Nostra, al posto di essere destituito da ogni incarico per pura decenza, ha invece sbarcato il lunario in carriera? Cosa si ritiene sia la soluzione a tutto ciò? Coniare e mettere in circolazione delle mere monete da 2 euro con su impressa l’effigie dei giudici palermitani uccisi nel ’92! In effetti sarebbe questo il modo più pertinente per onorare chi, con dell’esplosivo militare Semtex, Hexomax, Brixia, RDX e nitrato d’ammonio si è visto privato della vita e della propria ambizione più grande. Ci siamo avvalsi del denaro, simbolo della corruzione morale e non solo dell’uomo, per sponsorizzare, infangandola, la memoria di un vero e proprio vessillo della rettitudine in ambito lavorativo. Ma signori, non meravigliamoci: già Sallustio, in un passo del suo “Bellum Iugurthinum”, scrisse «Romae omnia venalia esse», cioè «a Roma tutto è in vendita».

Appare strano, tuttavia la mafia potrebbe impartire una lezione di moralità a tutti quanti sotto questo punto di vista, cioè in riferimento al rispetto e alla devozione verso figure che considera dei propri eroi o modelli di codice etico, protagonisti invece di una cultura di morte. Ma chiediamoci pure qual è stata l’extrema ratio che ha agito da propellente a un vero e proprio attacco sferrato alle Istituzioni e ai loro Uomini migliori. Da attento studente credo e sono profondamente convinto che la parola “mafia” nel tempo abbia mutato la propria valenza semantica e il suo risvolto pratico nella quotidianità. Cappello e lupara, senza dubbio, sono stati appesi al chiodo da parecchio tempo per riservare con urgenza un posto rilevante a una vera e propria decadenza di valori da secoli gerarchizzati e a una dialettica razionalizzata e utilitarista che ha permesso al termine con cui ci si riferisce a questo “modus vivendi” di assumere una funzione esorcizzante e defilante. Quasi a distrarre e a dirottare l’occhio degli spettatori, ossia l’opinione pubblica tutta, verso gli esecutori materiali delle stragi, ma non i mandanti occulti che non si limitano certamente a quella bestia di Corleone.

Invito dunque a riflettere sul fatto che la politica di quel tempo ha senza dubbio tradito la sua stessa ragion d’essere, tralignando dal suo dovere di tutela verso diritti imprescrittibili dell’uomo, quali la vita e la libertà per porre in essere, esclusivamente nel proprio interesse, dei meccanismi di esclusione e alienazione intorno ai propri pilastri portanti, determinando una forma di contro-resistenza atta a smorzare quelle tensioni miranti a mettere in discussione gli equilibri (sociali, politici, di potere) consolidati per stabilirne di nuovi, che trovano spazio non solo nelle situazioni di ordinaria amministrazione, ma anche in quelle straordinarie. Sodalizi purtroppo venuti allo scoperto, nonostante l’evidente coinvolgimento di interi apparati, financo trans-oceanici (come Gladio, CIA ed NSA), nella creazione di depistaggi e falsi pentiti. Perché fin quando scoppiano gli ordigni, tutto è instabile e lo Stato vulnerabile. Dopo non ci è dato sapere…

E a proposito di tale strategia del terrore, sorta a partire dagli anni ’70, mi sovviene l’obbligo di fare una breve precisazione rispetto a quanto appena affermato, cioè in merito alla presunta non estraneità di esponenti deviati dei Servizi e della massoneria piduista rispetto ai depistaggi dei morti di trent’anni fa. Quando infatti le Istituzioni non hanno che argomentazione più suadente addurre prima, tirano in ballo i Servizi segreti deviati. Tuttavia, in realtà, - quello che sto dicendo è tratto dalle dichiarazioni di un vicesegretario della Lega Meridionale Centro Sud e Isole, di cui taluni iscritti furono ad esempio Vito Ciancimino o Licio Gelli-, tale stortura nell’apparato d’intelligence non esiste o non potrebbe sussistere: i Servizi segreti, infatti, si mobilitano per l’esecuzione di ordini ricevuti dai Ministri di riferimento e dalla Presidenza del Consiglio. Per cui la morte di Falcone non può che essere stata architettata all’interno delle più alte sfere istituzionali del Governo al fine di prevenire la sua possibile nomina a Procuratore nazionale antimafia, ruolo che lo avrebbe dotato di tutti gli strumenti d’indagine necessari per destabilizzare il passato di gloria di almeno trent’anni di politica inquinata da numerose relazioni para-istituzionali.

Ma torniamo a Noi giovani. Alla luce di un’analisi ragionata di ciò che è stato, Noi protagonisti del presente (non solo del domani) quale insegnamento costruttivo possiamo o pretendiamo di ricevere dall’arte del governo e dall’esercizio delle sue funzioni? Quale immagine o pensiero positivo potremo mai tratteggiare nella nostra mente su uno Stato che svariate volte è precipitato all’interno di un infinito mondo dove il centro non esisteva più o, se c’era, non era percepibile e da esso rappresentato e anche la realtà, intesa come verità, era ed è inconoscibile? Con quali strumenti offertici dal passato possiamo tornare a far ricadere il nostro interesse sui sistemi che guidano e hanno guidato le redini della cosa pubblica del Nostro Paese, se essi stessi puniscono l’omicidio, ma si macchiano di omicidio? Diviene dunque inevitabile credere che non esista più una necessità logica per cui la legge sia realmente fondata sulla giustizia, tuttavia possediamo tutti i presupposti per meditare sul fatto che essa è ed è stata troppo spesso la maschera della forza di ceti dominanti e di centri occulti del potere…la patologia del potere.

Intendo rivolgermi a Voi, membri della classe dirigente che fin troppe volte ci screditate, ci sottovalutate o semplicemente vi approfittate della vivacità e della bellezza delle Nostre idee: il concetto della legalità e il suo esercizio sono una cosa seria ma affascinante, che merita ed esige un’attenzione sempre vigile poiché tutto è carico di significato, come sapientemente illustrato da Falcone. Noi alunni, Noi spensierati e fragili adolescenti, nonostante tutto, crediamo ancora in Voi, riponiamo fiducia nello Stato. Abbiate quantomeno l’obbligo morale di comprendere che sia proprio la mancanza di senso delle Istituzioni, come virtù interiorizzata, a innescare e far permeare in tutti i livelli della società delle distorsioni irreparabili poi nella condotta civica di qualunque cittadino, nella fattispecie siciliano, e a mobilitarVi in tale direzione. Avvertiamo, come giovane generazione che ha conosciuto e non visto gli avvenimenti come quello oggi ricordato, l’urgente necessità di misurarCi costantemente con persone di prestigio, di avere nozione e sperimentare con mano la pratica della professione da inquirente o da organo giudicante così da essere consapevoli dei requisiti e dell’impegno richiesto nell’amministrazione della legalità. Troppo facile sarebbe infatti giostrare in caso contrario la nostra pigrizia -difetto oggi diffuso fra i giovani- se non ci è porta la possibilità di stabilire un confronto diretto con i primi attori dell’antimafia. Perché laddove il mio, il Nostro Stato allenta la tensione nella sua attività di contrasto alla criminalità, la soglia della collisione e della collusione si innalza, facendo convincere il delinquente della propria impunità, il massone esoterista e/o deviato della propria irreprensibilità morale e Noi cittadini della ricerca di un’autosufficienza assente senza un indirizzo di un’autorità superiore. Ecco, dunque, che avremmo altresì il desiderio, in quanto i più atti a sentire il profumo di libertà e a rinnegare il puzzo nauseabondo del compromesso intellettuale, di registrare una dialettica sempre più intensa fra il lavoro svolto dalle scuole e quello portato avanti dai magistrati perbene o dalle associazioni. Possibilmente, come già suggerito dal Presidente Mattarella, è auspicabile scorgere, al fine di promuoverne e spalleggiarne le azioni, una magistratura che valorizzi l’irreprensibilità e l’imparzialità della propria condotta, lontana dalle costrizioni del protagonismo e del cinismo, bensì volta a essere vicina alle comunità locali e a ispirarle nell’attuazione di un programma di convivenza civile. Ricordando però che la carità non ammette uffici stampa e il coraggio delle idee deve prescindere da ogni timore nell’impegno della giustizia. Che sia lo stesso spirito di servizio di Giovanni Falcone e la propria radice deontologica a motivarCi nel nostro lavoro per riappropriarCi della vera essenza della democrazia, non soltanto nel settore finanziario come sta operando il Capo del Governo attuale, negligente nella lotta alle mafie.

Giungo al termine del mio discorso rivolgendo un appello in primis a me stesso, poi ai ragazzi e alle ragazze che mi conoscono e non, con cui mi frequento o intrattengo un semplice rapporto di conoscenza e amicizia. Non abbandoniamo al fato le sorti di questa terra, bellissima e disgraziata (come diceva il Dott. Borsellino), non convinciamoCi della presunzione di trovare la vera essenza della vita all’estero o in altre cittadine italiane e solo la sopravvivenza nelle nostre! Chi infatti sarebbe così stolto da voler il male per la propria madre? Che giovamento traiamo dall’illusione di intravedere un’aria di cambiamento e miglioramento qui in Sicilia se siamo Noi i primi a voltarle le spalle e a rivolgere lo sguardo altrove, talvolta con disprezzo e cattiva promozione della ricchezza (e oggi ricordiamo quella intellettuale e professionale) che la Nostra regione ha da presentare a tutta l’Italia? Mi chiedo quale sarà, se tale è la tendenza del momento, il destino che sarà riservato a un tesoro continuamente svuotato e deturpato quale è la Sicilia. Solo così le nostre pallide libertà, ancora piuttosto precarie, smetteranno di essere un vano privilegio, ossia il vantaggio di possedere, meglio di altri, una perfetta padronanza di quello che Falcone denominò “il lessico delle piccole cose, dei gesti e dei mezzi gesti che a volte sostituiscono le parole”, considerata l’attitudine all’omertà sempre permanente e inculcata già dai genitori quando, da bambini, ci invitano a non immischiarci nelle vicende altrui per non recitare la parte degli spioni e/o degli infami. È questo il nostro asso nella manica: il nostro stesso essere siciliani. E, allora, se mi è consentito vorrei aggiungere questo: stiamo celebrando il trentesimo anniversario della strage di Capaci, dal passato rivolgiamo la nostra attenzione alla quotidianità. Quale futuro s’immagina ognuno di Voi? Noi giovani rappresentiamo il presente e, in quanto tali, l’immagine riflessa di un lascito che, a buona ragione, non ha ben proceduto.

Cari Uomini e care Donne dello Stato o delle Istituzioni in genere, non osate reclamare da Noi ragazzi atti di eroismo o di audacia, se Voi stessi non avete quasi mai trovato la forza di unirVi nel tentativo di interrogarVi su quale sia la strada più saggia al fine di lasciarCi un futuro diverso e decente rispetto al momento di storia buia scritta dalla stagione stragista. E trovate la risolutezza per fornire una risposta, coscienti che – e adesso cito testualmente Giovanni Falcone – «Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che risiede l’essenza della dignità umana».

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