• Leonardo Cersosimo

GUERRA UCRAINA: COSI’ FALLISCE IL GIORNALISMO

PROPAGANDA E MISTERI NELLA GUERRA EUROPEA


Partiamo da un presupposto: la propaganda esiste più che mai. In Russia è palese e oppressiva, in Occidente è sotto altre spoglie. In Italia è il pensiero dominante, che sta stritolando il giornalismo. È il pensiero dominante che prevede una sola narrazione dei fatti di guerra, l’assenza di approfondimenti su cause ed eventi del conflitto, la discussione trasformata in caccia al filorusso da bruciare sul rogo mediatico. Il pensiero dominante che annulla la speculazione e la domanda, che annulla quindi il giornalismo.

Il giornalismo è porsi domande e dare spiegazioni supportate da fatti, chi è che lo sta facendo in questo momento? Ci sono solo fatti, spesso incompleti, non confermati, alla mercè di manipolazioni e falsità, un’informazione che crede a tutto pur di distruggere i maledetti russi. Un esempio, l’Isola dei Serpenti, isolotto ucraino nel Mar Nero occupato dai Russi a inizio guerra, la notizia del martirio dei suoi difensori indifesi, massacrati dai cannoni russi aveva fatto il giro del Mondo. Risultato? Era falso. Gli Ucraini si erano arresi e sono stati liberati dai russi qualche giorno dopo. Dov’erano i giornalisti a verificare se la notizia fosse confermata? O a domandarsi perché i russi avessero dovuto sprecare costosissimi armamenti navali per sottomettere una decina di soldati quasi disarmati?

Lo stesso per Bucha, la cittadina dove quasi sicuramente i russi hanno commesso crimini di guerra. Intanto dov’erano i giornalisti, visto che la notizia è saltata fuori dopo che i Russi avevano lasciato la città da quasi una settimana? Com’è possibile che neanche un giornalista abbia riportato che c’erano corpi disseminati per strada? E anche adesso, dove sono i giornalisti che fanno le considerazioni più scomode, come ad esempio far sapere che l’intelligence militare americana è molto cauta nel giudicare quanto successo? Se è vero o meno, quanto successo a Bucha la situazione non cambia. Questa guerra era inaccettabile anche prima e in ogni caso, nonostante disponiamo di decine di mezzi di informazione, non riusciamo a trovare una verità netta.

È pensiero unico che vieta ogni considerazione che vada oltre l’opinione comune sull’Ucraina e suoi abitanti. Riconoscere che in Ucraina ci sono frange neofasciste (come in Italia) non è essere filo-Putin, è riportare i fatti nella loro interezza. Così come lo è ricordarsi che l’Ucraina era il paese più povero d’Europa e che Zelensky è coinvolto in traffici di corruzione gravi e rapporti con oligarchi ucraini.

Ed è il pensiero unico che, essendo incapace di sostenere confronti confortati da fatti e professionalità, fa in modo che chiunque vada lievemente oltre l’opinione dominante sia accusato di essere filo-Putin. Che vuole che professionisti consultati nei talk show recepiscano un compenso minore rispetto ai colleghi solo perché la loro opinione non è accettata - ricordiamoci che discriminare per ideologie è anticostituzionale.

È la caccia al filo-Putin che deteriora una società funzionale e, contrariamente a quanto pensino i suoi fautori, la gente non desidera e non apprezza questo atteggiamento. Dimostrazione ne è il risultato elettorale in Francia della candidata di destra Marine Le Pen, che tutti sanno essere vicina a Putin, che alle presidenziali ha preso più voti di 5 anni fa perché parlava delle conseguenze reali di questa guerra sulle persone.

Ed è ancora una volta il pensiero dominante che permette che il governo italiano dirotti con un decreto i fondi del PNRR, ottenuti per salvare le famiglie dalla crisi economica, alla costruzione di una base militare su un bosco protetto vicino a Pisa senza informare né il Parlamento, né la popolazione, base utile a non si sa cosa, se non ad alzare ulteriormente la tensione. Forse ci siamo scordati che l’Italia non è in guerra.

Questa è la stessa informazione che permise agli Stati Uniti di invadere l’Iraq nel 2003 con un’operazione militare giudicata illegale dall’allora Segretario ONU, facendo credere che disponesse di armi di distruzione di massa. Peccato che era tutto falso: le armi irachene non erano mai esistite.

Per questo abbiamo bisogno di un giornalismo che torni a fare il suo lavoro e che non abbia paura. Un’informazione completa permetterebbe di gestire la situazione con ragionevolezza e ordine e renderebbe possibile sapere cosa sta succedendo davvero nel mondo.

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