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  • Mario Piazza

COSA NOSTRA UCCIDE LA DEMOCRAZIA

Articolo premiato alla settima edizione del concorso giornalistico “Santo della Volpe”

Ai nostri giorni, nonostante la pregevole attività di contrasto alla mafia di illustri uomini di Stato e di cultura che hanno sacrificato la loro vita in nome della legalità, la malavita continua ad essere un serio pericolo per il fragile equilibrio delle moderne democrazie laddove offende quel principio di uguaglianza che ne costituisce le fondamenta. Quest’ultimo infatti, qualifica la società civile come omogenea e pluralista ossia democraticamente rispettosa delle diversità e dei diritti e doveri di tutti i cittadini, uguali di fronte alla legge e di conseguenza con pari dignità e opportunità. L’articolo 3 della Costituzione italiana va quindi considerato la pietra miliare della politica democratica in quanto vieta distinzioni arbitrarie delle persone sulla base del sesso, della lingua, della religione, delle opinioni politiche e delle condizioni sociali e impegna lo Stato nella rimozione di ogni ostacolo di natura socio-economico che ne limita di fatto l’uguaglianza. In altri termini, garantisce il consolidarsi di una società giusta in quanto paritaria. Tali valori democratici però, sono compromessi dalle losche attività della criminalità organizzata che, attraverso le armi dell’intimidazione, della corruzione, dell’omertà, creano delle limitazioni non solo alla parità dei cittadini ma anche alla loro libertà. Potremmo dire che il mafioso è per eccellenza la negazione assoluta della democrazia e della Costituzione. Ciò è tanto più chiaro se ci soffermiamo sul fatto che l’obiettivo principale delle cosche è quello di avere il pieno controllo sul territorio, sulle sue istituzioni, sulla vita economica del Paese, accrescendo il proprio potere e la propria ricchezza fino al punto di proporsi come “stato nello Stato”. E per

concretizzare tutto ciò, ricorre alla corruzione del mondo politico, imprenditoriale e finanziario o peggio ancora alla violenza a danno di chi non si piega alle intimidazioni e alle prevaricazioni. Le organizzazioni mafiose, in altri termini, hanno da sempre realizzato delle relazioni con gli esponenti di tutte le categorie professionali e delle istituzioni per attuare il proprio monopolio sulla società. Come negare allora, che i diritti fondamentali della persona sanciti dalla Costituzione, vengano calpestati ogni qualvolta si ostacoli il libero esercizio del diritto di voto del cittadino, attraverso lo scambio elettorale politico-mafioso? Ragion per cui nel nostro ordinamento è stato introdotto il reato di voto di scambio di cui si occupò per la prima volta nel 1992 Giovanni Falcone che, prima di essere ucciso da Cosa Nostra, stava appunto lavorando ad una riforma del codice penale per introdurlo nell’ambito più specifico di quello di associazione mafiosa. O ancora, allorquando il diritto di iniziativa economica venga negato a chi, per continuare ad esercitare la propria attività, sia costretto a sottoporsi al pizzo, la sovrattassa che garantisce l’incolumità del proprio negozio o della propria vita? In proposito, esemplificativa è la vicenda dell’imprenditore Libero Grassi, simbolo della lotta alla mafia, ucciso a Palermo nel 1991 per essersi ribellato al racket delle estorsioni. Anche il mondo del lavoro, fondamento della Repubblica italiana, non manca di essere inquinato dalla mentalità tipicamente mafiosa per cui spesso lavorare diventa non più diritto ma privilegio di “amici degli amici” secondo la logica della “raccomandazione” che è violazione della legalità, della meritocrazia e delle pari opportunità. A tal proposito, possiamo citare l’attività del Prefetto di Trapani, Sodano, volta a fare luce sul monopolio mafioso del sistema appaltistico della Calcestruzzi Ericina. Dove

quindi la malavita è imperante, è sempre più lontana la possibilità di una convivenza civile paritaria e democratica in quanto il clima di asservimento al potere mafioso impedisce allo Stato e alla Costituzione di promuovere il bene comune. La lotta alla mafia è quindi un dovere a cui tutti siamo chiamati. Nello specifico la scuola oggi, insieme alle Forze dell’Ordine e alle Magistrature, è uno degli strumenti più potenti per arginarne il fenomeno in quanto in grado di plasmare le coscienze dei giovani a quel sentimento della legalità osteggiato dai mafiosi. La realtà scolastica è “la palestra vitae” deputata alla formazione di cittadini responsabili ed attivi, capaci di agire e pensare in modo conforme alle leggi e alle regole sociali. I docenti, quindi, sono chiamati a svolgere un ruolo di grande responsabilità civile: cooperare ad una società democratica infondendo il coraggio di essere liberi e mai indifferenti alle illegalità. Il cammino della legalità è arduo ma con la tenacia nel difendere i propri ideali, si realizzerà una società rispettosa di tutti. D’altra parte il giudice Falcone era solito dire: “Gli uomini passano ma le idee restano.” E noi tutti insieme, possiamo essere le gambe su cui tali idee cammineranno.

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